L’intervista, da Giordano Bruno a Giacomo Carlucci

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«Il Sole occhieggia ad ovest attraverso la finestra che si affaccia su piazza Guglielmo Marconi a Nola, casa mia, in un tiepido pomeriggio autunnale quando una grigia figura si delinea al mio fianco e mi apostrofa: “Allora, professore, vogliamo farla quest’intervista… o no?!?”
Sono abituato alla sua presenza al mio fianco; lunghi pomeriggi di solitudine, se sai astrarti dalla realtà immanente, ti mettono in contatto con l’Universo intero e con me si mette, ormai da alcuni anni, continuamente in contatto il mio Spirito Guida, quel Giordano Bruno le cui teorie ho scoperto, a cinquant’anni suonati, di averle condivise fin dai miei dodici anni; da quando cioè non ne conoscevo neppure l’esistenza.

Ma torniamo a noi.

“Si, Padre Bruno, credo sia il momento giusto per cominciare quest’intervista; una sola precisazione, come ben sapete – io gli do del ‘voi’ mentre lui mi dà del ‘tu’ – non ho una cultura filosofica molto approfondita perciò essa tratteggerà solo la vostra vita. Sta bene così?” risposi.

“Se credi che nel rispondere a domande sulla mia vita e sulla mia morte io, come chiunque altro, non esprima anche quello che penso e credo, in termini etici, morali… in sostanza filosofici ovviamente, allora va bene ma sai che non sarà così.”

“Già… lo temevo; o forse lo speravo. Comunque… iniziamo.”
GB – Sono nato a Nola nel 1548 da… »

non è solo l’incipit di “Io dirò la verità. Intervista a Giordano Bruno”, scritto da Guido Del Giudice ed edito da Di Renzo Editore, pubblicato nel 2012, ma il mio attuale stato d’animo, tanto da dimenticare e voler ‘bypassare’ la tanta conosciuta e trasmessa regola delle “Wh-questions”.

Il foglio Word, un bianco che acquista colore, dentro me, come il silenzio quasi assordante ma gradevole che mi pervade l’animo, al ricordo, invece, della mia intervista. I passi frenetici dei terzi, il ticchettìo dei tasti del mio pc, e l’infinito.

È il regista Giacomo Carlucci, serio, profondo, incisivo, con una formazione e uno studio della verità, nonché della ricerca della memoria storica, forse – quella che tanto amo e poco viene riconosciuta, ormai, data l’evoluzione e lo sviluppo dei modelli di comunicazione – a impedirmi di andare avanti.

:”Di fronte a siffatta personalità, cos’altro potresti aggiungere”?
, si fa spazio dentro me una voce interna, come un’eco che risuona incessantemente, in un crescendo di pensieri ed emozioni che si accavallano, susseguono, riprendono la giusta direzione, fino a creare equilibrio e pace dentro me.

Come un fiume in piena che si arresta, una bestia feroce che si ammansisce, uno struggimento che lascia il posto alla serenità.

Lascerò quindi al lettore il forse per alcuni ingrato compito di far proprie le sensazioni che trapelano dall’intervista a Giacomo Carlucci, il regista della messa in scena del libro di cui sopra, creatore – è proprio il caso di dirlo! – di “Fino all’ultimo istante”, con Luigi Bignone, Nicola D’Ortona, Giulio Della Monica.

Un uomo di poche, essenziali parole, come il pubblico che mi aspetto in sala.


Carlucci, il suo è uno spettacolo su Giordano Bruno, che apre le porte ad un periodo storico, quello della Santa Inquisizione, molto buio. Perché proprio su questo personaggio storico?

“Perché rappresenta la libertà di pensiero e la coerenza che è difficile conservare quando ci sono di mezzo prigionia e torture”.

Potrebbe narrarcene la storia? Quale dilemma personale è rappresentato in scena?

“In scena viene rappresentato Bruno negli ultimi giorni di prigionia e quando si avvia alla morte.
Il generale dei dominicani l’ho trasfigurato in modo che rappresenti l’oscurantismo della Chiesa ufficiale del
tempo, andando oltre il personaggio che realmente ha perseguitato Bruno”.


Il rapporto tra fede e scienza. Come lo vive, come uomo e come regista e come ciò influisce nelle Sue opere?

“Fede e scienza in contrapposizione sono una visione distorta della realtà. Da cristiano, credo razionale, non ho mai ancora ricevuto una informazione scientifica che sia in contrasto con la mia fede. Il problema è che gli uomini, spesso, più che ragionare oggettivamente, “ragionano” per difendere una posizione proprio nell’ottica deformante della contrapposizione. E chi ha diretto la Chiesa spesso si è dimostrato difensore non della parola di Cristo ma di una posizione di potere che nulla ha a che fare con il Cristianesimo”.


Com’è nata la sua passione per la regia? Cosa la contraddistingue rispetto agli altri registi?

“Ho avuto la fortuna di lavorare o osservare molti registi noti, al cinema e in teatro. Queste esperienze hanno macerato dentro di me una grande passione per questo mestiere che faccio come voglio, non paragonandomi ad altri. Anche perché stimo così tanto alcuni che non oserei nemmeno considerarmi come loro “collega””.

Cinema e teatro. Chi è il Suo mentore e quali le differenze?

“Nella mia giovinezza ho lavorato con Fellini, con Leone, Magni, Corbucci, Ferreri e Scorsese al cinema. E con Rascel, Dorelli, Panelli, Randone, Giuffré in teatro. Solo per fare alcuni nomi. E come ho già detto loro sono i miei mentori. E poi ho osservato a teatro Eduardo e ho parlato con lui. “E ho detto tutto”!
Il cinema e il teatro danno ad un regista mezzi diversi per esprimere il proprio lavoro. Si sceglie il mezzo in base a cosa è da privilegiare: la parola, il gesto o l’immagine”.

In questo spettacolo da chi è rappresentato il personaggio di Giordano Bruno?

“È un giovane attore napoletano formatosi alla Scuola dello Stabile di Genova, scelto anche per una presunta somiglianza fisica con Bruno”.


A chi sono affidate le musiche dello spettacolo?

“Ci sono alcuni momenti in cui è presente la musica che ho ricercato con pazienza certosina nel mio archivio.
Vorrei lasciare non risposta questa domanda perché la musica che ho scelto sembra stata composta per sottolineare dei passaggi dello spettacolo. E vorrei quasi considerarla magicamente apparsa”.

Qual è secondo Lei il compito del teatro oggi?

“Far pensare. Ma anche una piece comica fa pensare. Ricordate il “castigat ridendo mores””.


Come viene narrato e descritto il lato psicologico di Giordano Bruno?

“Non c’è una volontà di badare agli aspetti psicologici. Vedrete realmente Giordano Bruno, uomo. Non vedrete una recita. Ho chiesto di farmi provare questa emozione e l’attore ci è riuscito. Se saprà mantenere questa dimensione anche al debutto, ne sarò soddisfatto. Ma gli attori non sono macchine e quindi devo solo sperare che nei giorni delle recite possa rivedere ciò che ho già visto in prova”.

Come invece viene rappresentata la parte storica?

“La storia è da sfondo e a tratti pulsa forte attraverso le parole dei personaggi”.

Secondo Lei, quanto è importante, attraverso il teatro, far conoscere la Storia ai giovani?

“Il teatro racchiude un tesoro accumulato nei secoli. Il giovane che non usa questo tesoro per vivere è come lo sciocco che rinuncia ad una rendita e preferisce sgobbare per vivere. Il problema che abbiamo in Italia è che pochi avvertono i giovani di questo tesoro e spiegano loro il significato di questa moneta”.


Ritiene che tale decadimento “fisico” sia anche morale ed ideologico? Perché?

“Credo che ci sia una progressiva decadenza culturale che ci sta portando verso una drammatica aridità.
Spero almeno che rimangano piccoli fuochi da cui in futuro possa essere alimentata quella fiamma che ha reso l’Italia la culla della cultura e del sapere”.

Io a questa decadenza non voglio crederci né abituarmici: è per questo motivo che chiedo ai miei lettori di contrastare quanto affermato da Giacomo Carlucci, benché da me constatato durante la mia professione.


Siate presenti stasera, ore 21,00, e domani, ore 18,00, al Teatro Troisi.

Basta una telefonata, accertatevi che vi siano ancora posti disponibili, e dimostrate ancora una volta che il teatro, in Italia, non è ancora, e per fortuna, morto.


Lidia Ianuario
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