Gli occhi di Jarno…

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Mi svegliai per il consueto trafficare frenetico della mamma, puntuale anche quella mattina di una domenica di primavera. Le mamme te le immagini sempre così, sempre solerti, sempre indaffarate ed attente, animate da quella dolce efficiente operosità che da bimbi appare un prezioso rassicurante abbraccio. Quella domenica poi era speciale, qualcosa di sognato ed atteso con una frenesia da batticuore durata settimane. C’era il Gran Premio delle Nazioni a Monza, e si andava in autodromo, babbo mi portava a vedere finalmente dal vivo quel prodigio di coraggio e rumore che fino ad allora avevo solo provato ad immaginare attraverso le foto in bianco e nero dei giornali. Chissà da dove nasce questa passione che è talmente istintiva e precoce da apparire innata, inconscia, presente nei geni di alcuni al momento della nascita. Fatto sta che mentre gli altri bambini si interessavano di calcio e giocavano a pallone, io ero perso per le moto ed i loro eroi. A quel tempo si parlava poco di motociclismo, e quel poco riguardava quasi esclusivamente Agostini, uno che poi poteva definirsi a pieno titolo ‘un figo’. Un predestinato, uno di quelli che guardi e dici ‘questo doveva per forza essere così’. Non solo vincente ma pure bello, carismatico, capace di piacere, un precursore. Il mito è fatto anche di questo, non solo di coraggio e talento, giusto o sbagliato che sia è una legge di vita. Quindi pure io tifavo Ago, e custodivo gelosamente tutti i ritagli di giornale e le foto che lo ritraevano. E finalmente, quel mattino di Maggio, si andava a vedere Agostini. Ricordo l’ansia e la frenesia con cui vissi quelle poche decine di chilometri in auto fino all’autodromo, l’ingresso, il rumore dei motori che si scaldavano, quel caos di colori e di suoni in cui mi trovai catapultato. Quel frastuono che mi stordiva mentre tenuto per mano dal mio papà mi aggiravo per il paddock, tra i furgoncini, le auto e le moto che venivano preparate, quel fumo azzurrino e acre che annebbiava la vista e si sentiva nelle narici e nella gola. Ago non lo vidi, tutti lo cercavano e tutti lo volevano, era irraggiungibile e lontano. Vidi Renzo. Il Paso babbo me lo indicò. L’immagine così lontana da quella di un pilota, quell’aspetto così normale, quasi dimesso, quella sigaretta, la canottiera. Un non personaggio, per scelta o per destino. Avvicinabile e disponibile, e forse per quello poco desiderato, poco mediatico come si direbbe oggi. Tanti volti, tante immagini di appassionata operosità mi passavano davanti, e durante quel mio girovagare incerto vidi anche Jarno. Lui era diverso, non solo dal Paso, non solo da Ago, lui era una cosa a parte. Trafficava sulla moto, ogni tanto alzava la testa, rispondeva a un saluto aprendosi a un sorriso gioioso, non da campione acclamato ma da ragazzo felice ed entusiasta di quella vita. Gli occhi vivacissimi e luminosi che guardavano veloci ovunque. Fui colpito dal suo sguardo, occhi che ti guardavano ma sembravano osservare altro , altrove, più in là. Ebbi la stessa sensazione molti, moltissimi anni dopo, con altri occhi di un altro campione, di una leggenda. Quelli di Ayrton. Due sguardi così diversi e così uguali, mi sono convinto che siano gli sguardi di chi, senza saperlo, conosce già il proprio destino, lo guarda senza ancora vederlo. Uno con dolce serenità, l’altro con tormentata malinconia, ma consapevoli entrambi. E poi tutto divenne una frenesia di rumori, di lampi di velocità, di moto che sfrecciavano davanti al mio stupore di bambino, Cercavo sul rettilineo di seguire con gli occhi e con la testa per catturare tempo e spazio, sopraffatto da quelle emozioni che vivevo per la prima volta. C’era quel momento magico, quello della partenza. Un rito che pareva solenne ed antico, quegli attimi in cui i piloti avvolti dal silenzio sorreggevano le moto, ancora spente e silenziose. Quel muoverle piano avanti ed indietro, con lo sguardo fisso alla bandiera. E poi quei pochi passi, faticosi e frenetici, i primi boati, i più rapidi che sparivano in lontananza e quella nuvola di fumo in cui si stemperava il fragore. E di nuovo calava il silenzio, nell’attesa febbrile di sapere chi sarebbe stato a ripassare per primo.
Non ci fu mai, un primo 
La mente è un mistero affascinante, a volte mi riesce difficile pensare a ragione ed anima come realtà scollegate. A distanza di quarant’anni posso rivedere e ricordare tutto, ogni immagine, ogni suono, risentire lo stesso vuoto, la stesa incredula angoscia. Un’attesa ed un malessere che parvero infiniti e scesero come una cappa soffocante su tutto e su tutti, un rincorrersi frenetico di sguardi attoniti, di domande senza risposte. Piloti che tornavano ai box contromano, facendo intendere che qualcosa di tremendo dovesse essere successo. Al momento non capii. non potevo capire. Non mi vollero spiegare, ma ebbi subito chiara la percezione di un qualcosa di profondamente doloroso, una sorta di privazione che mi parve crudele ed ingiusta. Quello che avevo sempre immaginato come gioia, come un inebriante carosello di suoni e di velocità mi buttava in faccia un risvolto diverso, che non conoscevo, che non immaginavo,che ancora non potevo capire. Alla sera, le immagini in televisione, quel bianco e nero e quelle parole di circostanza che rendevano ancora più cupi i contorni della tragedia, quasi a sancire una sentenza più vera e definitiva. Renzo e Jarno non c’erano più, un destino beffardo ed ingiusto se li era portati via insieme, incurante delle loro splendide diversità. Ho pensato a lungo a quel giorno, ci penso sempre, è qualcosa che non potrò mai dimenticare. Il babbo profondamente turbato per avermi involontariamente reso spettatore di una tragedia immane mii continuò a ripetere per giorni, settimane, anni che la moto è pericolosa, le corse sono pericolose. Ma non mi ostacolò mai, nella mia passione sfrenata, così fa un genitore che ti ama. E forse quel giorno ho imparato a capire, , a delineare meglio i contorni. A cogliere il valore del gesto di questi uomini, ed a rispettarlo, sempre. perché non ci sono soldi ed ambizione sufficienti a farti mettere in gioco la vita tutte le domeniche, ‘on any sunday’. E’ solo una passione feroce, un amore incondizionato a spingerti a vivere al limite, sempre e comunque, anche a costo del sacrificio più estremo…
Alfonso Paduano (Alfredo Manotti)
alfonso.paduano@gmail.com